Ricerca di lavoro, l’automazione spaventa, ma non troppo

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4 Maggio 2017
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Ricerca di lavoro, l’automazione spaventa, ma non troppo

Chi cerca lavoro è spaventato dalla digitalizzazione. Ma c’è anche coscienza che gli effetti più impattanti del fenomeno saranno collocati in un futuro non prossimo. A confermare questo orientamento sono diverse ricerche, tra cui una, recente, di Jobvite. Secondo questa indagine, effettuata su un campione di chi è alla ricerca di un nuovo lavoro, il 69 per cento delle persone si dichiara preoccupato per il l’avanzata della digitalizzazione e solo il 9{3e3cdf84ab1d0c851e090bc222585ca7d514130e50679ff44374092671d2282e} dei recruiter è convinto che questo rappresenti un reale problema. Il motivo di questa perlomeno apparente tranquillità? Le conseguenze più “pesanti” della rivoluzione digitale debbono ancora farsi sentire.

“L’automazione può ovviamente spaventare i disoccupati alla ricerca di un nuovo lavoro, i quali temono di non trovare più spazio in settori sempre più dominati dalle macchine, ma lo scenario reale è diverso e molto meno minaccioso, poiché solamente una minima percentuale delle realtà industriali ha concretamente pianificato di automatizzare i propri processi nei prossimi anni – spiega Carola Adami, fondatrice e Ceo di Adami & Associati, società specializzata in ricerca di personale qualificato per piccole e medie aziende e multinazionali.

Nello specifico, negli Usa, soltanto il 10 per cento delle compagnie sembra voler avviare l’automazione in tempi brevi: questo dato è molto significativo, soprattutto se pensiamo che questa fetta era pari al 25 per cento nel 2015.

Insomma, l’automazione fa un po’ meno paura. E c’è un altro elemento che tranquillizza soprattutto le generazioni più mature: nelle selezioni di personale l’esperienza batte decisamente la padronanza delle nuove tecnologie. La stessa indagine americana conferma che quando un selezionatore decide se assumere o meno una persona, l’aspetto più importante, secondo il 67 per cento dei professionisti statunitensi, è costituito dall’esperienza lavorativa. Inoltre il 60 per cento dei recruiter, secondo lo stesso report, assegna un’enorme importanza al modo di pensare di un candidato, per essere certo che possa uniformarsi in pieno alla cultura aziendale del suo nuovo posto di lavoro.

“La tendenza generale è quella di assegnare sempre più importanza a tutti quegli aspetti che davvero possono assicurare delle ottime performance da parte di un candidato – continua Carola Adami, aggiungendo che “il voto di laurea e il prestigio dell’università finiscono per perdere d’importanza di fronte alla reale esperienza professionale di un candidato e alla sua capacità di condividere in pieno la mission aziendale”. A dimostrazione di tutto questo, solo il 19 per cento dei recruiter statunitensi assegna grande importanza al punteggio di laurea, così come solo il 21 per cento indica il prestigio del college come fattore differenziante.

Tuttavia l’informatica ha contribuito a cambiare il modo di guardare ai candidati e in parte sono cambiate anche le modalità di ricerca. E’ infatti imperiosa l’ascesa del social recruiting: da una parte chi ricerca un lavoro lo fa sempre di più utilizzando dei social network (nel 59 per cento dei casi negli Usa), mentre i recruiter considerano ormai i social network come degli strumenti indispensabili. E se l’87 per cento dei selezionatori dichiara che la piattaforma più utile per i propri scopi è LinkedIn, è da notare che il 43 per cento valuta sistematicamente i candidati anche sulla base del rispettivo profilo di Facebook, il 22 per cento considera anche Twitter e l’11 per cento spende del tempo alla ricerca di eventuali blog personali.

“Mai come oggi un cacciatore di teste ha avuto la possibilità di conoscere tutti gli aspetti della vita di un candidato – continua Carola Adami, e per questo “chi è alla ricerca di un nuovo lavoro, oppure chi vuole fare carriera, deve stare molto attento alla gestione dei propri profili social, senza mai dimenticare che tutto ciò che è visibile al pubblico è potenzialmente un allegato del proprio curriculum vitae”.

Stando ai dati del report, il 47 per cento dei recruiter è colpito negativamente dalla pubblicazione sui canali social di fotografie legate al consumo di bevande alcoliche, mentre il 60 per cento dei selezionatori tende a girare a largo dai candidati che tendono all’oversharing di contenuti. Ma il principale errore da evitare, per il 72 per cento dei selezionatori intervistati, è proprio quello grammaticale: troppi errori di battitura e refusi sulla propria pagina Facebook, quindi, potrebbero compromettere una carriera lavorativa.